lunedì 21 settembre 2015

alegher alegher chel bùs del cù lè negher

C’era una volta l’Etiopia. L’Etiopia era un paese arido, in parte desertico ma con parecchie fertili vallate in cui scorrevano fiumi e cresceva una vegetazione rigogliosa. In queste fertili vallate viveva gran parte della popolazione etiope, che era composta per ben l’ottantaquattro per cento da contadini e piccoli allevatori. Non essendo l’Etiopia un paese sviluppato. Centinaia di migliaia di quei contadini e piccoli allevatori erano comunità del tipo che noi chiamiamo “indigene” o “selvagge”: gente che non è mai progredita e che perciò viveva ancora in perfetta armonia con la natura, e conservava conoscenze vaste e profonde che noi abbiamo perso. Tutti, selvaggi o no, erano autosufficienti e, probabilmente, felici.



L’Etiopia era considerata, da noi “progrediti”, un paese povero.



Poi, dopo aver rovesciato un governo “dittatoriale”, in Etiopia è arrivato il progresso: la globalizzazione capital-imperialista. Le fertili vallate sono diventate territorio di rapina, pardon, di investimenti: milioni di ettari coltivati a jathropa e palma da olio per farci biocarburanti o biomasse con cui alimentare le nostre centrali (compresa quella di Acerra), milioni di ettari di ortaggi per gli arabo sauditi che nelle loro oasi ci fanno i campi da golf e perciò non gli basta il terreno per coltivarci il loro cibo; centinaia di migliaia di ettari per le serre delle compagnie olandesi che vendono fiori e piante in tutto il mondo.



Così i fiumi sono spariti, “mangiati” dalle dighe che servono a irrigare tutto quel bendidio (morti i pesci, gli anfibi, le piante acquatiche ecc. ecc.); i contadini, selvaggi e non, sono stati scacciati dal nuovo governo “democratico” e dal suo esercito a suon di incendi, stupri, assassinii, botte, torture; le terre fertili, le foreste, la fauna selvatica distrutti e/o avvelenati dai pesticidi; il PIL in crescita e una élite di sfruttatori e parassiti in crescita assieme ad esso.



Ora l’Etiopia è un paese democratico, che si sviluppa allegramente e in cui è vantaggioso investire. Disgraziatamente per contadini, indigeni, animali e piante.



Tanto vantaggioso che la “Cooperazione Internazionale” (chiamasi con questo nome fuorviante la banda di paesi e istituzioni che fanno strozzinaggio su larga scala, anzi, su scala globale) coopera con l’Etiopia abbondantemente. Fornisce magari aiuti per costruire le dighe che serviranno ad irrigare i terreni delle multinazionali, a costruire le strade e i porti che faranno viaggiare le merci prodotte sulle terre etiopi dalle multinazionali. Lo Stato etiope s’indebita coi prestiti della Cooperazione, e per sdebitarsi privatizzerà ciò che è rimasto ancora pubblico, i democratici governanti però si arricchiranno con le mazzette delle imprese occidentali.



E’ sempre la solita globalizzazione, bellezza!







E gli emigranti, dove stanno in questa storia?



Stanno nel futuro di tutti quei contadini e piccoli allevatori scacciati dalle loro terre.



Non saranno loro, probabilmente, a sciamare verso l’Occidente con ogni mezzo: contadini e “selvaggi” conservano a lungo la speranza di tornare alle loro terre, non conoscono il “mondo”, restano attaccati alle tradizioni e alla cultura natìa.



Saranno i loro figli, cresciuti tra le baracche ai margini delle città, sradicati, privati di una comunità e di una cultura, vissuti nell’incertezza e nella penuria, e che però, nella città ai cui margini vivranno, saranno venuti a contatto in qualche modo con la “civiltà”: le mafie, i turisti, la ricchezza ostentata.



E che, come fuga dalla miseria, avranno un’unica strada: l’emigrazione.







La storia, però, non è finita. Ogni storia che si rispetti ha una morale, e questa ne ha addirittura due.



La prima è che la causa fondamentale dell’emigrazione siamo noi, gli abitanti dei paesi ricchi.



I nostri consumi richiedono milioni di ettari “coltivati” per produrre energia. I nostri aspirapolvere, lavastoviglie, tritatutto elettrici, forni elettrici, grattugie elettriche, congelatori, condizionatori… I nostri fine settimana macinando centinaia di chilometri con i nostri macchinoni, i nostri aerei, le nostre moto con cui correre su e giù lungo centinaia di curve appenniniche o alpine come dementi (un nuovo “sport” o svago che possono permettersi anche i panciuti cinquantenni, sentendosi così giovani e temerari, dato che rischiano di sfracellarsi ogni fine settimana)… E, naturalmente, tutto ciò che comperiamo e buttiamo via ha richiesto energia e materie prime e, dato che l’attività preferita dell’Occidente è comperare e buttare…



Poi ci sono le nostre orchidee, le nostre piante esotiche e non, che costano quattro soldi. E come mai? Chi se lo domanda?







Quando ero ragazza, le orchidee le vedevamo solo nei film americani, dove il paperone di turno ne regalava una alla fortunata di turno. Adesso, potenza della globalizzazione, tutti ce le possiamo permettere.



Perché le donne etiopi che lavorano nelle serre olandesi (in Etiopia) vengono pagate sessanta centesimi al giorno. Avete capito bene.



In compenso, la multinazionale olandese ha costruito una clinica a proprie spese (quando si dice la generosità) per curare le suddette donne dalle malattie professionali, che l’uso spropositato di pesticidi senza nessuna precauzione provoca loro altrettanto generosamente.



La clinica però l’hanno fatta in un luogo appartato e lontano dai villaggi e dalle serre:



in modo da non allarmare troppo coloro che devono lavorare lì e le loro famiglie. Quando si dice la delicatezza!



E tutto questo viene fatto per noi!



Siamo noi che ce ne gioviamo e allegramente consumiamo tutte queste cose a buon mercato, ce ne rimpinziamo senza domandarci perché.







Salvo cominciare ad essere inquieti quando vediamo arrivare torme di africani, asiatici, latinoamericani nei nostri paesi, nelle nostre città.



Portati qui dalle nostre biomasse, dal nostro petrolio, dai nostri fiori.



Dal nostro caffè o tè quando non sono equi e solidali.







Seconda morale.



E’ comprensibile, al di là della retorica e del buonismo falso (gli emigranti sono un buon affare anche qua, sfruttabile in molti modi), che l’arrivo di tanti stranieri susciti inquietudine e preoccupazione nella gente comune.



Inevitabilmente gli immigrati finiscono per essere concorrenti sul mercato del lavoro, la loro fragilità e povertà permettono di utilizzarli nel lavoro nero per salari da fame.



Inevitabilmente l’immissione di una grande quantità di persone sradicate in comunità già in gran parte disgregate, come sono quelle delle nostre città e spesso anche delle nostre campagne, finisce per completare la disgregazione e per rendere totale l’alienazione; finisce anche per aumentare la disponibilità di manodopera per il mercato del lavoro criminale.



Tutto questo è innegabile e inevitabile.










C’è però un’altra più grande, enorme emigrazione di cui nessuno parla con inquietudine, che non viene mai giudicata negativamente, che provoca danni ben peggiori senza avere nessuna delle giustificazioni che ha l’emigrazione dei poveri.



E’ il ricco turismo di massa.



Un’emigrazione che colpisce popoli e paesi, portando devastazione ambientale, sociale, morale.



Per il ricco turismo di massa si cementificano coste, si prosciugano fiumi e sorgenti, si abbattono foreste, si disboscano montagne, si scacciano popolazioni dalle loro terre per costruirvi villaggi turistici, piscine, campi da golf, alberghi; il ricco turista occidentale uccide leoni nei parchi nazionali, leopardi delle nevi protetti, corrompendo funzionari e popoli. Il ricco turista occidentale violenta a pagamento bambine e bambini, crea un mercato della droga e della prostituzione dove non ce n’era alcuno. Inquina di petrolio le Galapagos e trasforma i piccoli pescatori ecuadoregni in tassisti di mare che consumano mille volte più benzina di quella che serviva loro un tempo. Trasforma l’Himalaya in una discarica.



Ma l’emigrazione turistica non è considerata una calamità come l’emigrazione dei poveri: porta soldi.



Distrugge comunità, annulla culture e tradizioni, devasta l’ambiente, devasta le anime e le vite di milioni di persone.



Due milioni e mezzo di bambini nei paesi poveri sono vittime del ricco turismo di massa. Agenzie nei paesi ricchi arrivano ad organizzare i viaggi per i violentatori.



“I fruitori dello sfruttamento sessuale di minori sono per il 65% turisti occasionali, per il 30% turisti abituali… per la quasi totalità occidentali…



Brasile, Nepal, Bangladesh, Thailandia…” (Osservatorio per il Contrasto della Pedofilia e della Pornografia Minorile – Consiglio dei Ministri).



Ma il ricco turismo di massa porta soldi, sviluppo, progresso!







Invece di tanta retorica sparsa sugli emigranti che son diventati “migranti” (come i rondoni) e sui rifugiati (che non troveranno rifugio), bisognerebbe interrogarsi sulle nostre responsabilità nelle loro “migrazioni”. Comprese le guerre, fatte sempre a vantaggio delle nostre multinazionali, dei nostri consumi, della nostra ricchezza.



Bisognerebbe ricordare che esiste il Commercio Equo e Solidale, uno strumento a disposizione di tutti per aiutare i piccoli contadini del sud del mondo e le loro famiglie a resistere alla globalizzazione.



Bisognerebbe lottare con i contadini etiopi, con gli indigeni, coi piccoli pescatori senegalesi, sapendo che la loro sopravvivenza è anche la nostra possibilità di sopravvivenza in un mondo vivibile.



Bisognerebbe opporci alle guerre progettate dall’Impero con tutte le nostre forze, drizzando le orecchie e allarmandoci, non appena comincia la canéa mediatica contro qualsiasi paese che stava a farsi i fatti suoi e diventa di punto in bianco uno “stato canaglia”.