giovedì 13 aprile 2017

e se lavessero pagato per far finta di aver sbagliato apposta ?

In dubio pro Renzi
Editoriale di Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano 13 aprile 2017
I garantisti de noantri hanno già deciso che il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, indagato quattro giorni fa per un errore e un’omissione nell’informativa sull’inchiesta Consip ritenuti due falsi dolosi dalla Procura di Roma, è colpevole (mentre tutti gli indagati di Consip sono innocenti). Il capitano, al quarto giorno d’indagine, è già “un impostore” che “forse nasconde altre imposture” (quali?) oltre ai “due macroscopici falsi” nell’“inchiesta deviata”, “strumento di una sorta di contropotere contro Matteo Renzi” (Repubblica), “potrebbe” aver commesso “altri depistaggi” e “manipolazioni” (Corriere della Sera, che però si scorda di precisare quali), ha “taroccato l’inchiesta” per “incastrare papà Renzi” forse per conto del “clan Napolitano” (il Giornale) o di un altro “mandante” (lo afferma il Pd a una sola voce). L’ipotesi che, dopo mesi trascorsi a esaminare montagne di indizi e conversazioni, l’ufficiale abbia confuso Bocchino e Romeo in una riga dell’informativa (ma non nella trascrizione letterale né, ovviamente, nella relativa bobina) per un errore umano, è scartata a priori. Come è escluso in partenza che, se ha citato i pedinamenti dei servizi segreti senza avvertire i pm che uno dei possibili pedinatori era in realtà un innocuo passante è perché altri due personaggi che lo seguivano non sono ancora stati identificati, e perché tutti i protagonisti dello scandalo conoscevano in tempo reale o addirittura in anticipo le sue mosse.
Quando il giornalismo, e non solo quello, diventa tifoseria politica, il garantismo invocato dai politici (anche per i condannati definitivi come Minzolini) non vale per un ufficiale indagato da quattro giorni, visto che ha osato disturbare i manovratori scoperchiando le tangenti e i traffici attorno al più grande appalto d’Europa. Ma non vale neppure la logica. Che interesse avrebbe un carabiniere a mettersi nei guai inventando false prove contro il suo comandante generale, il capo dell’Arma in Toscana, il braccio destro e il padre del premier? E perché, se ha volutamente attribuito una frase alla persona sbagliata nell’informativa, non ha fatto altrettanto nella trascrizione della conversazione, aiutando la Procura a incastrarlo invece di mettere al sicuro il depistaggio? E perché, se le prove contro il Giglio Magico sono inventate o taroccate, gli spifferatori corsero ad avvertire dell’inchiesta proprio i fedelissimi di Renzi? E perché questi, se non c’entravano con gli appalti Consip, entrarono in fibrillazione e poi in clandestinità? L’unico garantismo che noi “giustizialisti” conosciamo è quello dei fatti.
I fatti parlano da sé e danno a ciascuno il suo: le prove d’innocenza agli innocenti, quelle di colpevolezza ai colpevoli. Garantismo è assicurare ai pm, ai difensori, ai giudici e anche all’opinione pubblica attraverso la stampa libera il pieno accesso agli atti, cosicché il maggior numero possibile di occhi possano scoprire gli eventuali errori. Che sono sempre in agguato, specie nei processi con decine di migliaia di pagine di atti, e ancor più con le intercettazioni di persone che parlano sottovoce, in dialetto, in lingue o slang stranieri. Gli errori giudiziari per un’errata interpretazione o trascrizione sono tutt’altro che infrequenti, ma riguardano quasi sempre cittadini comuni: scambiati per mafiosi, terroristi, narcotrafficanti magari per una frase fraintesa, un’omonimia, un’amicizia sbagliata. I potenti invece, oltre al timore reverenziale di magistrati e investigatori che con loro vanno coi piedi di piombo anzi di ghisa, dispongono di avvocati e periti così bravi da ridurre al minimo il rischio di errori.
Nel processo Mafia Capitale gli investigatori (anche lì carabinieri, ma del Ros) e la Procura (non di Napoli, ma di Roma) sono incorsi in almeno tre errori rossi e blu. L’ex assessore della giunta Marino, Daniele Ozzimo del Pd, fu arrestato anche per una frase di Salvatore Buzzi inizialmente trascritta così: “Gli unici seri lì che pijano soldi so’ Ozzimo…”. Invece – se ne accorse la difesa – mancava una lettera che ribaltava il senso della frase: “Gli unici seri lì che ’n pijano soldi so’ Ozzimo…”. La “’n” vuol dire “non”: cioè Ozzimo non pigliava soldi. E, almeno per quell’episodio, fu scagionato, anche se fu condannato per altre accuse. La Procura di Roma ha incriminato il Ros per falso con l’accusa di aver taroccato dolosamente l’intercettazione? No, ha corretto l’errore, anche se intanto Ozzimo era finito dentro. Altri sbagli o abbagli hanno danneggiato Massimo Carminati e non possono essere sminuiti dai suoi precedenti: tutti, anche lui, hanno diritto a un processo giusto. Accusato di aver minacciato il concessionario Seccaroni nel suo negozio il 6 maggio 2013 per estorcergli denaro, Carminati dimostra che quel giorno non era lì, ma nella coop di Buzzi: e la prova gliela regala un clamoroso autogol del Ros, che aveva nascosto un Gps nella sua Smart per seguire 24 ore su 24 i suoi spostamenti. Strano che i carabinieri non se ne fossero accorti. Anche qui, nessuna incriminazione per falso, nessun complotto.
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